La vera storia del pioniere del paracadute

Possiamo definirlo un vero pioniere dell’aria. Ed era di Verona. Oggi, il Museo “Walter Rama” ha il privilegio di poter esporre nella Batteria Alta del Forte Wohlgemuth di Rivoli Veronese, la sua personale raccolta fotografica ed un suo mini-paracadute.

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Biografia

Di: Giorgio Micaglio

Albino aveva un fisico minuto ma era determinato a portare in giro per il mondo, perfezionandolo, lancio dopo lancio, quello strano aggeggio di seta agganciato ad alcuni fili ritorti che all’epoca era chiamato «salvagente», dato che soltanto quella era all’inizio la sua funzione. Qualcuno lo soprannominò «il Marconi dei bianchi funghi di seta». «In realtà», racconta, «era primo cugino di nostro nonno. Tutti quelli che lo hanno potuto conoscere, anche per breve tempo, hanno apprezzato in lui, oltre a una fondamentale dose di onestà, un ferreo attaccamento al suo Paese, tanto che quando gli arrivarono le richieste di aprire scuole di paracadutismo militare in Giappone e in Francia non ci pensò un attimo e rifiutò. Era deciso a far restare in Italia i suoi brevetti, anche se questo non lo gratificò economicamente, dopo tutti gli elogi e le promesse che aveva ricevuto».
Venute a conoscenza della sua grande passione e dei primi risultati da lui ottenuti, le autorità militari organizzarono tre lanci dimostrativi ufficiali sul terreno del vecchio mercato ortofrutticolo di Verona. Turri fece rabbrividire in quell’occasione gli spettatori che lo videro passeggiare tranquillamente fra le doppie ali dell’aereo prima di lanciarsi nel vuoto.
Seguirono poi i grandi successi conseguiti in Italia e all’estero, l’appoggio del regime fascista e i primati mondiali, fino a giungere piano piano all’inesorabile declino. Gli ultimi anni di vita, Albino Turri li passò con la sua affezionata compagna dignitosamente, ancorché in grandi ristrettezze economiche.

Finché, a fine febbraio del 1975, venne colpito da un’emorragia cerebrale: si spense qualche giorno dopo al geriatrico dell’ospedale di Borgo Trento. Alle esequie presero parte pochissime persone. I suoi resti sono stati esumati per finire nella fossa comune, non essendo stata presentata richiesta da parte di alcuno per una diversa collocazione. «Una volta», scrive Gianni Cantù su L’Arena del 2 marzo 1975, nell’articolo che ne annuncia la morte, «uno dei suoi paracadute ebbe fama mondiale: fu quando Maner Lualdi, (aviatore e giornalista), sorvolando il Polo con il suo Girfalco, lasciò cadere un tricolore e fiori d’Italia sui ghiacci eterni».

Si tratta del raid compiuto sul Polo Nord nel 1953 per ricordare il 25° anniversario della generosa impresa di Ronald Amundsen, morto nel tentativo di portare soccorso ai naufraghi del dirigibile Italia comandato dal generale Nobile.
Il cronista veronese racconta un altro episodio: la delusione di non essersi potuto lanciare, il 24 luglio 1955, sull’aeroporto di San Damiano a Piacenza: «C’era una manifestazione aerea, all’inizio della quale vennero lanciati due paracadutini di Albino Turri, che deposero dolcemente davanti al palco delle autorità una corona d’alloro dedicata ai Caduti. S’erano regolarmente lanciati numerosi paracadutisti, fra i quali i veronesi Rizzino e Guerra, ma quando il Fairchild stava per atterrare per prendere a bordo l’omino in tuta bianca che si chiamava Albino Turri, accadde un brutto incidente: una ruota del velivolo urtò contro un pennone del palco che si spezzò, colpendo alcune persone fra il pubblico. Il commendator Turri non poté più lanciarsi e forse, in quel momento amaro, si chiuse la sua carriera di pioniere».

Un piccolo, grande personaggio che meriterebbe di essere ricordato dai suoi concittadini, come si è già scritto, con l’intitolazione di una strada o l’apposizione di una targa che riporti le sue imprese e il suo viscerale amore per la Patria.

A tenerne viva la memoria provvederà comunque Giuseppe Rama, padre di Walter, il paracadutista che ha perso tragicamente la vita nel settembre del 2004 sul campo di Boscomantico nel corso di un allenamento. Responsabile del museo situato nel forte di Rivoli costruito dagli austriaci fra il 1850 e il ’51, Rama ha esposto già da alcuni anni gran parte del materiale relativo alla Grande Guerra, raccolto da lui stesso e da figli sulle montagne e nelle zone teatro di tante battaglie.

«Stavo pensando da tempo di dedicare ad Albino Turri una sala che verrà probabilmente inaugurata nel prossimo mese di maggio», dice, «e che vedrà esposto qualche cimelio, come uno dei paracadute originali da lui costruiti, oltre ad una serie di riproduzioni fotografiche».

Rama è in possesso di un grosso album, contenente un centinaio di vecchie fotografie scattate al nostro protagonista sui vari campi di gara e curato con ogni probabilità dallo stesso Turri, affidatogli assieme ad uno dei suoi paracadute dalla campionessa veronese di paracadutismo Anna Madinelli, cui un parente del Turri ne aveva fatto dono.

Albino Turri al Museo Walter Rama

Raid Artico "Lualdi"

Nel 1953 ricorreva il 25° anniversario della morte del grande esploratore norvegese Roald Amundsen, scomparso nel 1928 tra i ghiacci del Polo Nord, durante le ricerche dei sopravvissuti del dirigibile Italia capitanato da Umberto Nobile.

Per celebrare tale ricorrenza, Maner Lualdi, produttore cinematografico, appassionato pilota di aerei nonché grande amico del conte Bonzi, aveva programmato una trasvolata del Continente Artico a bordo di un piccolo aereo mosso da un motore Alfa Romeo; l’aereo battezzato “Girfalco” – il falco polare – era un Ambrosini modello biposto da turismo, con motore Alfa Romeo a 4 cilindri da 140 cv. del tipo 110 Ter Polo, ed era dotato di tre carrelli con due sci ciascuno.

Per l’importante evento l’Alfa Romeo mise a disposizione una Matta con rimorchio che ebbe il compito di trasportare dall’Italia un’ingente quantità di attrezzature, materiale cinematografico, vestiario ed altro occorrente alla spedizione. La marcia di avvicinamento al Polo attraverso l’Europa si svolse con una serie di tappe intermedie quali Parigi, Bruxelles, Amburgo, Copenaghen, Oslo, località nelle quali avveniva il ricongiungimento tra il velivolo e la Matta adibita ad assistenza mobile.

Attraversato il Circolo Polare Artico in nave, la camionetta milanese condotta da Giuseppe Belloni e Giuseppe Manfredi della Incom, raggiunse la base di Bodoe da dove il piccolo aereo, ai comandi di Maner Lualdi e del cap. Peroli, compì l’eccezionale impresa percorrendo in totale più di tremila chilometri senza scalo, sorvolando per due volte il mare di Barents e atterrando all’aeroporto di Banak, a 70° di latitudine nord. Sulla zona nella quale si riteneva fosse scomparso Amundsen vennero gettati fiori e medagliette benedette dal Papa.

La morte del pioniere dell'aria - 27/02/1974

Nell’ospedale geriatrico di borgo Trento, un’emorragia celebrale spegne l’esistenza del commendator Albino Turri, pioniere del paracadutismo mondiale.

Nato a Poiano nel 1900, Albino Turri è una delle ultime figure di quella schiera di veronesi che allo sviluppo dell’aeronautica hanno dato un contributo determinante. La morte lo coglie in uno dei tanti momenti di assoluta indigenza, dalla quale lo aveva strappato una saltuaria occupazione in Arena, nei più umili servizi.

Eppure, avrebbe potuto diventare un industriale, se avesse saputo mettere a profitto le sue intuizioni geniali e la sua abilità d’artigiano.

Quando il paracadute si chiamava ancora “salvagente”, l’omino della Valpantena perfezionò un apparecchio che più d’ogni altro presentava doti di sicurezza e affidabilità. Nel 1922, vinse in bellezza una grande manifestazione internazionale, sull’aeroporto parigino di Villacuoblad, alla presenza delle delegazioni militari di tutta Europa.

Dopo quel successo continuò a costruire, per sé e per committenti di ogni paese, paracadute sempre più sofisticati, ma la vita fu sempre avara con lui, generosissimo.

Mentre i suoi paracadute andavano a ruba, egli partecipava a tutte le “feste dell’aria”, giungendo a lanciarsi anche senza permesso, come a Ponte S. Pietro, dove strappò entusiastici consensi per avere sfidato un vento impetuoso e la pioggia, per cui tutti gli altri avevano rinunciato ai lanci. Oppure a Praga, nel 1926, dov’era arrivato ad una manifestazione internazionale dopo la chiusura delle iscrizioni.

Presentatosi trafelato all’aeroporto boemo, il piccolo veronese strepitò tanto, che ottenne di potersi lanciare fuori concorso. Un’ovazione sottolineò la sua discesa, quando sulle funi del suo paracadute fece l’alzabandiera con il tricolore. Quel vessillo, ricoperto di personalità politiche e sportive d’ogni nazione, era rimasto il più caro trofeo di Albino Turri.

Vennero le onorificenze, fino alla commenda. Ma il costruttore artigiano di paracadute non aveva l’animo dell’imprenditore, e, mentre la sua creatura, in mano ad altri, dava vita a fiorenti industrie, egli si accontentava delle ordinazioni che gli piovevano sull’onda dei successi sportivi personali. Per campare, s’era acconciato a fabbricare paracadutini per lanci pubblicitari. Una volta, uno dei suoi piccoli paracadute ebbe fama mondiale: fu quando Maner Lualdi, sorvolando il Polo con il suo “Girfalco”, lasciò cadere un tricolore e fiori d’Italia sui ghiacci eterni.

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