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Albino aveva un fisico minuto ma era determinato a
portare in giro per il mondo, perfezionandolo,
lancio dopo lancio, quello strano aggeggio di seta
agganciato ad alcuni fili ritorti che all’epoca era
chiamato «salvagente», dato che soltanto quella era
all’inizio la sua funzione. Qualcuno lo soprannominò
«il Marconi dei bianchi funghi di seta».
«In realtà», racconta, «era primo cugino di nostro
nonno. Tutti quelli che lo h anno potuto conoscere,
anche per breve tempo, hanno apprezzato in lui,
oltre a una fondamentale dose di onestà, un ferreo
attaccamento al suo Paese, tanto che quando gli
arrivarono le richieste di aprire scuole di
paracadutismo militare in Giappone e in Francia non
ci pensò un attimo e rifiutò. Era deciso a far
restare in Italia i suoi brevetti, anche se questo
non lo gratificò economicamente, dopo tutti gli
elogi e le promesse che aveva ricevuto».
Venute a conoscenza della sua grande passione e dei
primi risultati da lui ottenuti, le autorità
militari organizzarono tre lanci dimostrativi
ufficiali sul terreno del vecchio mercato
ortofrutticolo di Verona. Turri fece rabbrividire in
quell’occasione gli spettatori che lo videro
passeggiare tranquillamente fra le doppie ali
dell’aereo prima di lanciarsi nel vuoto.
Seguirono poi i grandi successi conseguiti in Italia
e all’estero, l’appoggio del regime fascista e i
primati mondiali, fino a giungere piano piano
all’inesorabile declino. Gli ultimi anni di vita,
Albino Turri li passò con la sua affezionata
compagna dignitosamente, ancorché in grandi
ristret tezze economiche.
Finché, a fine febbraio
del 1975, venne colpito da un’emorragia cerebrale:
si spense qualche giorno dopo al geriatrico
dell’ospedale di Borgo Trento. Alle esequie presero
parte pochissime persone. I suoi resti sono stati
esumati per finire nella fossa comune, non essendo
stata presentata richiesta da parte di alcuno per
una diversa collocazione.
«Una volta», scrive Gianni Cantù su L’Arena
del 2 marzo 1975, nell’articolo che ne annuncia la
morte,
«uno dei suoi paracadute ebbe fama mondiale:
fu quando Maner Lualdi, (aviatore e giornalista),
sorvolando il Polo con il suo Girfalco, lasciò
cadere un tricolore e fiori d’Italia sui ghiacci
eterni».
Si tratta del raid compiuto sul Polo Nord nel 1953
per ricordare il 25° anniversario della generosa
impresa di Ronald Amundsen, morto nel tentativo di
portare soccorso ai naufraghi del dirigibile Italia
comandato dal generale Nobile.
Il cronista veronese racconta un altro episodio: la
delusione di non essersi potuto lanciare, il 24
luglio 1955, sull’aeroporto
di
San Damiano a Piacenza: «C’era una manifestazione
aerea, all’inizio della
quale vennero lanciati due paracadutini di Albino
Turri, che deposero dolcemente
davanti al palco delle autorità una corona d’alloro
dedicata ai Caduti. S’erano regolarmente lanciati
numerosi paracadutisti, fra i quali i veronesi
Rizzino e Guerra, ma quando il Fairchild stava per
atterrare per prendere a bordo l’omino in tuta
bianca che si chiamava Albino Turri, accadde un
brutto incidente: una ruota del velivolo urtò contro
un pennone del palco che si spezzò, colpendo alcune
persone fra il pubblico. Il commendator Turri non
poté più lanciarsi
e forse, in quel momento amaro, si chiuse la sua
carriera di pioniere».
Un piccolo, grande
personaggio che meriterebbe di essere ricordato dai
suoi concittadini, come si è già scritto, con
l’intitolazione di una strada o l’apposizione di una
targa che riporti le sue imprese e il suo viscerale
amore per
la Patria.
A
tenerne viva la memoria provvederà comunque Giuseppe
Rama,
padre di Walter, il paracadutista che ha perso
tragicamente la vita nel settembre del 2004 sul
campo di Boscomantico nel corso di un allenamento.
Responsabile del museo situato nel forte di Rivoli
costruito dagli austriaci fra il 1850 e il ’51, Rama
ha esposto già da alcuni anni gran parte del
materiale relativo alla Grande Guerra, raccolto da
lui stesso e da figli sulle montagne e nelle zone
teatro di tante battaglie.
«Stavo pensando da tempo
di dedicare ad Albino Turri una sala che verrà
probabilmente inaugurata nel prossimo mese di
maggio», dice, «e che vedrà esposto qualche cimelio,
come uno dei paracadute originali da lui costruiti,
oltre ad una serie di riproduzioni fotografiche».
Rama è in possesso di un grosso album, contenente un
centinaio di vecchie fotografie scattate al nostro
protagonista sui vari campi di gara e curato con
ogni probabilità dallo stesso Turri, affidatogli
assieme ad uno dei suoi paracadute dalla campionessa
veronese di paracadutismo Anna Madinelli, cui un
parente del Turri ne aveva fatto dono. |