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"Albino Turri" 

01/03/2008

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I cannoni

 

           Albino aveva un fisico minuto ma era determinato a portare in giro per il mondo, perfezionandolo, lancio dopo lancio, quello strano aggeggio di seta agganciato ad alcuni fili ritorti che all’epoca era chiamato «salvagente», dato che soltanto quella era all’inizio la sua funzione. Qualcuno lo soprannominò «il Marconi dei bianchi funghi di seta».
«In realtà», racconta, «era primo cugino di nostro nonno. Tutti quelli che lo hanno potuto conoscere, anche per breve tempo, hanno apprezzato in lui, oltre a una fondamentale dose di onestà, un ferreo attaccamento al suo Paese, tanto che quando gli arrivarono le richieste di aprire scuole di paracadutismo militare in Giappone e in Francia non ci pensò un attimo e rifiutò. Era deciso a far restare in Italia i suoi brevetti, anche se questo non lo gratificò economicamente, dopo tutti gli elogi e le promesse che aveva ricevuto».
Venute a conoscenza della sua grande passione e dei primi risultati da lui ottenuti, le autorità militari organizzarono tre lanci dimostrativi ufficiali sul terreno del vecchio mercato ortofrutticolo di Verona. Turri fece rabbrividire in quell’occasione gli spettatori che lo videro passeggiare tranquillamente fra le doppie ali dell’aereo prima di lanciarsi nel vuoto.
Seguirono poi i grandi successi conseguiti in Italia e all’estero, l’appoggio del regime fascista e i primati mondiali, fino a giungere piano piano all’inesorabile declino. Gli ultimi anni di vita, Albino Turri li passò con la sua affezionata compagna dignitosamente, ancorché in grandi ristrettezze economiche.
          Finché, a fine febbraio del 1975, venne colpito da un’emorragia cerebrale: si spense qualche giorno dopo al geriatrico dell’ospedale di Borgo Trento. Alle esequie presero parte pochissime persone. I suoi resti sono stati esumati per finire nella fossa comune, non essendo stata presentata richiesta da parte di alcuno per una diversa collocazione.
«Una volta», scrive Gianni Cantù su L’Arena del 2 marzo 1975, nell’articolo che ne annuncia la morte, «uno dei suoi paracadute ebbe fama mondiale: fu quando Maner Lualdi, (aviatore e giornalista), sorvolando il Polo con il suo Girfalco, lasciò cadere un tricolore e fiori d’Italia sui ghiacci eterni».
          Si tratta del raid compiuto sul Polo Nord nel 1953 per ricordare il 25° anniversario della generosa impresa di Ronald Amundsen, morto nel tentativo di portare soccorso ai naufraghi del dirigibile Italia comandato dal generale Nobile.
Il cronista veronese racconta un altro episodio: la delusione di non essersi potuto lanciare, il 24 luglio 1955, sull’aeroporto di San Damiano a Piacenza: «C’era una manifestazione aerea, all’inizio della quale vennero lanciati due paracadutini di Albino Turri, che deposero dolcemente davanti al palco delle autorità una corona d’alloro dedicata ai Caduti. S’erano regolarmente lanciati numerosi paracadutisti, fra i quali i veronesi Rizzino e Guerra, ma quando il Fairchild stava per atterrare per prendere a bordo l’omino in tuta bianca che si chiamava Albino Turri, accadde un brutto incidente: una ruota del velivolo urtò contro un pennone del palco che si spezzò, colpendo alcune persone fra il pubblico. Il commendator Turri non poté più lanciarsi e forse, in quel momento amaro, si chiuse la sua carriera di pioniere».
          Un piccolo, grande personaggio che meriterebbe di essere ricordato dai suoi concittadini, come si è già scritto, con l’intitolazione di una strada o l’apposizione di una targa che riporti le sue imprese e il suo viscerale amore per la Patria.
           A tenerne viva la memoria provvederà comunque Giuseppe Rama, padre di Walter, il paracadutista che ha perso tragicamente la vita nel settembre del 2004 sul campo di Boscomantico nel corso di un allenamento. Responsabile del museo situato nel forte di Rivoli costruito dagli austriaci fra il 1850 e il ’51, Rama ha esposto già da alcuni anni gran parte del materiale relativo alla Grande Guerra, raccolto da lui stesso e da figli sulle montagne e nelle zone teatro di tante battaglie.
          «Stavo pensando da tempo di dedicare ad Albino Turri una sala che verrà probabilmente inaugurata nel prossimo mese di maggio», dice, «e che vedrà esposto qualche cimelio, come uno dei paracadute originali da lui costruiti, oltre ad una serie di riproduzioni fotografiche».
Rama è in possesso di un grosso album, contenente un centinaio di vecchie fotografie scattate al nostro protagonista sui vari campi di gara e curato con ogni probabilità dallo stesso Turri, affidatogli assieme ad uno dei suoi paracadute dalla campionessa veronese di paracadutismo Anna Madinelli, cui un parente del Turri ne aveva fatto dono.

 

(da l'Arena del 02/04/2007)

Giorgio Micaglio
 

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